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Just kids. Patti Smith
Di Grazia (del 27/12/2010 @ 18:37:54, in lettereMinuscole, linkato 1992 volte)

Una volta un amico mi ha detto 'se leggi Moby Dick devi farlo con la Bibbia a portata di mano, ogni nome nel romanzo è biblico'.

Chi legge questo libro deve farlo con la musica a portata di mano. E anche con un browser a disposizione per navigare verso gli infiniti mondi che si aprono in queste pagine.

Questa storia inizia di lunedì con un bus che parte dal Sud del Jersey rurale diretto a New York “montai sull’autobus a vent’anni. portavo calzoni di tela, un dolcevita nero e il vecchio impermeabile grigio comprato a Camden. Dentro la piccola valigia scozzese in giallo e rosso c’erano le mie matite da disegno, un blocco, Illuminazioni, qualche vestito e una fotografia di mio fratello e delle mie sorelle. Ero superstiziosa. Quel giorno era lunedì; ero nata di lunedì. Era una giornata perfetta per arrivare a New York. Nessuno mi stava aspettando. Ma mi aspettava ogni cosa”

Quando l’arte è dentro, a volte in una fase iniziale si può non sapere bene quale espressione troverà per esprimersi, come accadrà e quando. Nel frattempo, mentre si cerca in se stessi e si guarda il mondo, bisogna mangiare e dormire. Patricia fa la commessa in un negozio quando Robert entra con la camicia bianca e la cravatta, “somigliava a uno scolaretto cattolico”, e compra una collana persiana. “non darla a nessun’altra tranne che a me” .. lui sorride e dice “non lo farò”.

Lei è Patti Smith, lui Robert Mapplethorpe, hanno vent’anni, sono solo due ragazzini. Il vocabolario visivo di lui è affine al vocabolario poetico di lei, rappresentano “una singolare combinazione tra Cenerentola a Parigi e Faust”, “ribelli senza una causa” e devoti all’arte. Aggrappati ad un sogno.. Hang On To A Dream http://www.youtube.com/watch?v=A9pNnKxewss 

Gli anni sessanta volgono al termine, Robert e Patti compiono ventitrè anni “il numero primo perfetto…lui indossava teschi. Io indossavo cravatte. Ci sentivamo pronti per gli anni settanta”. Non hanno un soldo, a volte nemmeno per mangiare, vivono in una stanza al Chelsea Hotel, coi pidocchi in testa, “bicchieri di carta per pisciare e giocattoli rotti”. Patti racconta di aver rubato un giorno al supermercato due bistecche e averle messe nelle tasche di uno dei suoi lunghi trench. È spesso avvolta nei trench, nelle cui pieghe grandi e asimmetriche si sente una principessa o una monaca. Robert scatta dalla fotocamera Polaroid, Patti scrive.

Incontrano un mondo.. la New York anni ’70 piena di artisti, poeti, musicisti. Anime inquiete, come loro. Patti non racconta l’affermazione ma la ricerca, due ragazzi in uno stato embrionale con potenzialità incredibili. Robert dirà poi “Patti, l’arte si è impossessata di noi?”.

E’ un racconto pieno di poesia e spiritualità. Patti è una superstite. Il suo mondo va via piano. Uno ad uno. Aids, overdose, suicidio. E’ un giro di persone che cerca l’immortalità e sfida la vita ogni giorno. Resta l’arte. La bellezza. E lei, dentro il suo cappotto lungo, su una spiaggia con un cielo dipinto, ferma in un attimo di infinito 

Little emerald bird wants to fly away. If I cup my hand, could I make him stay? Little emerald soul, Little emerald eye. Little emerald soul, Must you say goodbye?