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Pd, non resta che azzerare tutto
Di Admin (del 13/10/2009 @ 08:05:42, in Articoli, linkato 1372 volte)

Passato e futuro del Pd secondo Vauro

Le primarie del Pd sono alle porte e tra i contendenti la tensione è alta. Marino, l’outsider, ha puntato il dito contro i miracoli avvenuti in alcuni circoli dove i votanti hanno superato gli iscritti. Dal canto loro i sostenitori di Bersani, forti del successo parziale, avevano chiesto a Franceschini di lasciare la segreteria in anticipo. Dei tre, Marino punta a un rinnovamento radicale, mentre Bersani propone alleanze ampie. A mezza via Franceschini che prende le distanze da chi, a suo giudizio, deve farsi da parte. In primis il Governatore della Campania Bassolino.

Ma il dato che emerge con vigore è un altro. Le primarie non infiammano gli elettori della sinistra, poco ottimisti sulla concreta svolta del partito. Il problema va oltre il carisma dei candidati e affonda le sue radici nel passato. Di chi è erede il Pd? Del Pci, del Pds, dei Ds, dell’Ulivo, della Margherita o di cosa?

Al di là delle sigle, per chi scrive la risposta è una. Di quel Partito Comunista che, guidato da Berlinguer, a partire dal 1973 aprì alla Democrazia Cristiana, inaugurando la stagione del compromesso storico. Con una sostanziale differenza. Se Pci e Dc nel 1976 sfioravano il 75% dei consensi, a che risultato può ambire oggi il Pd, cui Casini da un lato, Di Pietro dall’altro, sottraggono spazi di manovra? Il 20, 25 o 30% non cambierebbe granché. Il Pd attuale non è nelle condizioni di prendere in mano il paese.

Viene allora da pensare che il Partito Democratico sia figlio della sconfitta di un disegno politico voluto e interpretato dal Pci. Incentrato sull’ingresso nel governo e sull’evoluzione progressista. In definitiva su analisi politiche errate e valutazioni economiche illusorie. Quello che trent’anni fa era difficile prevedere, oggi è però sotto gli occhi di tutti. Al governo il Pci non ci è mai andato, né ha compreso i danni di una ristrutturazione tecnologica che ha massimizzato i profitti industriali senza garantire prospettive di vita meno alienanti.

Su queste premesse, alla sinistra non rimane che azzerare tutto. Gettare a mare il paravento dell’antiberlusconismo e ripartire da un’autocritica serrata. E da uno sguardo nuovo capace di ripensare le soluzioni ai problemi che attanagliano l’Italia. Ad iniziare dal precariato generato dall’attuale sistema-lavoro, e dalle emergenze ambientali che sfigurano il paese seminando lutti.