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Intervista a Domenico Geluardi
Di Admin (del 20/04/2011 @ 14:53:29, in Vorrei che il futuro fosse oggi , linkato 1911 volte)

"Vorrei che il futuro fosse oggi" ha suscitato molto interesse ed ha avuto un buon risultato di vendite, tanto che in autunno uscirà con una nuova edizione. L’autore, il napoletano Valerio Lucarelli, ha risposto alle mie domande su NAP, terrorismo ed attualità.

Perché hai deciso trattare l’argomento NAP?

Prima ancora di scriverlo, questo è il libro che avrei voluto leggere. Ma non esisteva. Ho dunque avvertito l’urgenza di colmare un vuoto. Addentrarmi nelle viscere della vicenda nappista, non solo mi ha permesso di coglierne l’assoluta originalità, ma mi ha anche rivelato il motivo di tanto silenzio. Ipocrisia e sensi di colpa irrisolti, hanno suggerito a tanti tra intellettuali e protagonisti dell’epoca, di guardarsi bene dal raccontare quel frammento esplosivo.

Perché nel libro dici che la storia dei NAP non può prescindere dalle persone?

In realtà tutte le esperienze che nacquero a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta – e dunque non mi riferisco esclusivamente a quelle che imboccarono con decisione la strada della lotta armata – non potevano prescindere dalle persone che gli avevano dato vita. Tuttavia la cifra nappista è particolarmente insita dal legame fraterno che saldava i militanti del gruppo. Rapporti interpersonali molto forti cementavano i nuclei. E in tanti casi, si trattava di veri e propri rapporti consanguinei. Basti pensare ai fratelli Mantini, Abatangelo, De Laurentiis, Sofia. Rispetto ad altri gruppi disciplinati da regole ferree, nei Nap il rapporto umano veniva prima di ogni altra cosa.

Quali sono i motivi dell’allontanamento dei NAP da Lotta Continua?

Il gruppo dirigente di Lotta Continua, in primis Adriano Sofri, in quegli anni ebbe delle straordinarie intuizioni, riuscendo a connettersi con pezzi di umanità fino ad allora mai considerati. I carcerati, conosciuti “grazie” agli arresti dei militanti di Lc al termine delle tante manifestazioni che in quel periodo si susseguivano, rivelarono un’inattesa carica rivoluzionaria. Insieme ai militanti di Lc nelle carceri entrarono i libri e una nuova prospettiva: essere parte di un processo rivoluzionario. La carica emotiva fu enorme. Quanto l’aspettativa di una potente palingenesi. In realtà alle intenzioni non seguirono i fatti e Lc frenò bruscamente disattendendo quanto prospettato. Ma oramai si era dato vita a un processo inarrestabile e i detenuti politicizzatisi in carcere, una volta usciti, intendevano dare corpo alle tante teorie apprese. Dinanzi alla mutata strategia di Lc, non vi erano che due possibilità. Dimenticare quanto si era scoperto e magari scontare senza fiatare le condanne ulteriori ricevute per le tante sommosse cui si era dato vita in nome di ideali nuovi, o imboccare da soli, e senza paracadute, la strada della lotta armata. Ciò che fecero in tanti.

Che rapporti hanno avuto i NAP con le Brigate Rosse?

Tra il 1974 e il 1975, con le Br ridotte in ginocchio dagli arresti di Curcio e Franceschini, e dalla morte di Mara Cagol, sono i Nap il gruppo eversivo che desta i maggiori timori negli organi inquirenti. Le attenzioni degli investigatori, che nel frattempo sottovalutano il tentativo di ricostruzione condotto dai nuovi vertici brigatisti, producono arresti in serie tra i militanti nappisti. I rapporti di forza dunque mutano decisamente a favore delle Br, l’organizzazione più forte e strutturata fra le molte della galassia lottarmatista. Naturale dunque che molti nappisti guardassero alle Br con attenzione fino a confluirvi, al termine della loro esperienza. Ma la vera anima nappista era profondamente lontana da quella brigatista. Gli stessi dirigenti della stella a cinque punte, guardavano con diffidenza i “cugini” nappisti, forse essi stessi non del tutto sgombri dai retaggi del passato. Rivalutare il proletariato extralegale da lumpen a soggetto rivoluzionario autentico, era un percorso mentale eccessivamente arduo per molti di loro. A mio giudizio tra Br e Nap sono maggiori le dissonanze rispetto ai punti di contatto.

Secondo te ci sono state infiltrazioni da parte dei servizi segreti?

È importante sottolineare come i Nuclei Armati Proletari siano stati l’unico gruppo che al suo interno non abbia conosciuto il fenomeno del pentitismo. In Vorrei che il futuro fosse oggi vengono chiariti alcuni episodi della loro storia. A farlo sono stati gli stessi militanti che, dopo aver taciuto per trent’anni agli inquirenti, hanno deciso oggi di sgombrare il campo da ogni ipotesi romanzesca. Questo però non significa che le forze di polizia non abbiano usato ogni arma a loro disposizione per penetrare all’interno dell’organizzazione. Chi leggerà il libro troverà indicata anche una fonte adoperata dai vertici dell’antiterrorismo per monitorare, assai da vicino, l’operato nappista e giungere, in un paio di circostanze, ad importanti arresti. I Nap avevano forti rapporti con la piccola criminalità, lì dove da sempre la polizia ha i suoi informatori. Dunque quella che era la ricchezza dei Nap - il dialogare alla pari con fette di emarginazione - si rivelò per certi aspetti anche la loro debolezza.

Qualche tempo fa Adriano Sofri ha parlato per la prima volta di un incontro con Federico Umberto D’Amato, potente capo dell’ufficio Affari Risevati del Viminale, il quale neppure troppo velatamente gli propose l’eliminazione fisica dei NAP, presentandola come vantaggiosa per tutti. E’ credibile? Che interpretazione ne dai?

Quanto rivelato da Sofri è assolutamente credibile. Solo il tempo trascorso e gli scenari profondamente mutati, rendono oggi la scena descritta da Sofri inverosimile. Personalmente non ho alcun dubbio in merito. Erano scene all’ordine del giorno a quell’epoca. Piuttosto mi chiedo il motivo di una simile rivelazione a distanza di così tanto tempo. È difficile pensare che Sofri abbia voluto spedire un messaggio, lasciando magari intravedere la possibilità di rivelare altri inquietanti episodi della storia italiana. E tuttavia, qualcosa deve averlo spinto a una simile, per certi versi tardiva, denuncia.

Come mai si parla e si scrive poco sui NAP?

Essenzialmente per due motivi. Perché in tanti, che oggi magari godono di un prestigio indiscusso, non hanno voglia di “sporcarsi le mani” tornando a parlare di un’esperienza che in qualche modo li vide protagonisti e - ma questa è solo una mia ipotesi - corresponsabili. E poi, cosa certo più seria, la vicenda nappista è di straordinaria attualità. A dispetto della riforma penitenziaria nata sul finire degli anni Settanta, le carceri italiane oggi vivono una realtà non troppo dissimile da quella di allora. Affollate oltre ogni limite e decenza. E, a dispetto della profonda illegalità che oggi più di ieri marchia i mondi politici e finanziari, a riempire le carceri sono sempre gli stessi. Gli emarginati, i diseredati, gli ultimi. Uomini e donne che vivono di piccole illegalità, spesso sfruttati da organizzazioni più ampie, nel disperato tentativo di sopravvivere a una società che li disprezza e che non ha nessuna voglia, o forse possibilità, di incorporarli. Rispetto a trent’anni fa hanno forse un diverso colore di pelle, e parlano lingue lontane, ma la sostanza non muta. Sono sempre i più deboli.

Chiunque scrive di lotta armata deve affrontare il tema del rispetto delle vittime. Come ti sei posto di fronte a tale questione? Che reazione hanno avuto i parenti o le vittime stesse?

In tre anni di profondo impegno ho cercato di dare voce a tutti. Ho inseguito lungo tutto lo stivale i protagonisti di quella vicenda, dagli ex nappisti a chi, suo malgrado, finì nel mirino delle loro azioni armate. Ho incontrato e raccolto la straordinaria testimonianza del giudice Giuseppe di Gennaro, sequestrato dai Nap per il ruolo che ricopriva nell’amministrazione penitenziaria. Ho raccolto la voce di Alfonso Noce, capo dell’antiterrorismo che subì un agguato che provocò la morte di un giovane agente della sua scorta, Prisco Palumbo. In altri casi ho rispettato la scelta di chi non ha voluto riaprire ferite dolorose. Non appaia come una provocazione, ma ho la sensazione che in Italia i militanti delle formazioni armate e le vittime degli attentati siano legati da un unico filo. Che gli impedisce di parlare e di raccontare ciò che è accaduto in Italia. Perché con quel periodo, che pure risulterebbe illuminante per il nostro presente, nessuno è pronto a fare i conti. Nemmeno le più alte cariche istituzionali del nostro paese, che vissero quella stagione e che forse, con la loro miopia politica, ne furono corresponsabili.

La situazione delle carceri italiane è molto distante da quella degli anni Settanta? Le motivazioni dei NAP potrebbero essere ancora attuali?

A dispetto del recente indulto i numeri non concedono spazio alle interpretazioni. Oltre settantamila detenuti con un tasso di sovraffollamento che supera il 150%, più di quindicimila dei quali in attesa ancora del primo giudizio. Il 37% di immigrati, il 27% tra tossicodipendenti e affetti da Hiv. Negli ultimi due anni 350 detenuti sono morti fra le mura di un penitenziario e 150 sono i suicidi “contabilizzati”. Assolutamente privi di qualsiasi morale i sei ospedali psichiatrici giudiziari ancora aperti in Italia, recentemente visitati dai commissari del Consiglio d’Europa i quali sono rimasti sconvolti nel trovarsi di fronte a realtà inimmaginabili. Mettiamo per un attimo da parte i Nap e chiediamoci: ci sta bene tutto questo? Carceri e manicomi giudiziari rappresentano la nostra società? È questa la nostra democrazia?

In questi giorni l’Italia festeggia i 150 anni dell’unità nazionale. Ha senso approfondire il tema della lotta armata o si tratta di archeologia?

Sono perplesso. Ho più d’una difficoltà nel definire il concetto “Italia”. Non avendo le idee chiare in proposito mi è difficile esprimermi con chiarezza. Tuttavia sento un gran vociare intorno alla Costituzione italiana. Uno scontro tra chi la vorrebbe rottamare, magari adattando il tutto alle esigenze proprie e della casta che rappresenta, e chi invece la loda come grande esempio di civiltà moderna. Mi piacerebbe se questi ultimi facessero di più, dunque facessero qualcosa, per far si che l’articolo 27 della costituzione, lì dove recita che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato, non si rivelasse che un’accozzaglia di parole senza senso legate dal brodo dell’ipocrisia. Parlare della lotta armata, e in senso più ampio degli anni Settanta, è l’unico modo per poter voltare pagina. Comprendere appieno le incredibili scosse che animarono una generazione, i tragici errori che molti commisero producendo lutti insensati, e le responsabilità di un’intera classe politica che mandò al macello tanti, da una parte e dall’altra, pur di rinsaldare un ordine imposto da lontano. Ma sono realista, e dunque del tutto scettico. L’Italia è un paese in ginocchio. Incapace di alzarsi, camminare con le proprie gambe, capire il proprio passato, decidere il proprio futuro.

Il link alla pagina: http://osservatoriop.blogspot.com/2011/04/intervista-valerio-lucarelli.html